chiara montanari

capo spedizione in Antartide, manager

Chiara Montanari, una laurea in ingegneria civile a Pisa e un attivo di 5 missioni in Antartide, di cui 4 come capo spedizione.

Oltre alle missioni polari ha lavorato come manager nel settore Start-up digitale e come consulente sulle strategie di risparmio energetico ed innovazione sostenibile.

Nel 2014 è stata insignita dell’Ambrogino d’oro per l’impegno nell’innovazione.

 

 In questa intervista si parla di:

  • Antartic mindset
  • essere unica donna in un team di soli uomini
  • consigli per affrontare la carriera
 

Ci racconta brevemente la sua carriera, in particolare come è passata da ingegneria civile alle spedizioni in Antartide?

Vicina alla laurea ho incontrato un professore che sosteneva qualcosa di semplice e, tuttavia, rivoluzionario: “l’energia più sostenibile è quella che non si consuma”. Su questa frase – e ovviamente con il suo aiuto- ho costruito la mia tesi di laurea: “progettare un impianto di riscaldamento ad alta efficienza energetica che, pur risparmiando energia, fosse capace di migliorare le condizioni di comfort abitativo dei ricercatori che vivevano per un luogo periodo in Antartide”.

Il progetto è piaciuto all’organizzazione che gestiva le spedizioni in Antartide e hanno deciso di realizzarlo veramente, così sono partita alla volta del Polo Sud, per dirigere i lavori del mio impianto di riscaldamento innovativo.

Una volta arrivata in Antartide mi sono innamorata dell’ambiente e ho fatto di tutto per rimanerci. Per alcuni anni mi sono occupata dell’interfaccia tra la logistica e la scienza: il mio lavoro consisteva nel viaggiare tra i vari laboratori di ricerca europei, incontrare i ricercatori che dovevano installare strumenti in Antartide (astrofisici, glaciologi, sismologi, chimici dell’atmosfera, etc) e poi tradurre le necessità tecniche e logistiche alle unità di ingegneria che si occupavano della progettazione e delle installazioni nelle basi. Poi, con il tempo sono diventata capo spedizione prima per le missioni italiane, poi per la Francia e, nell’ultima, l’ho fatto per la missione scientifica del Belgio.

Quali sono stati gli aspetti più difficili da affrontare durante le varie spedizioni? Quali nuove competenze si è portata a casa?

Vivere in Antartide è come vivere su un altro pianeta, non solo perché l’ambiente è estremo, ma anche perché si vive in spazi ristretti e molto remoti. La base Concordia, per esempio, si trova in cima alla calotta polare, a 4000 m di altitudine, – 50°C in estate e -80°C in inverno. Il team è composto da 70 – 80 persone che per i tre mesi della spedizione estiva (da novembre a febbraio) convivono in spazi molto affollati, e in inverno le condizioni sono anche più estreme. L’agenzia spaziale europea, infatti, studia le dinamiche che si sviluppano nei nostri team perché si tratta del luogo più remoto al mondo e cercano di capire cosa potrebbe succedere nelle prossime spedizioni di lungo periodo nello spazio. È chiaro che vivendo confinati in spazi ristretti (70 persone, di cui solo 6 donne, in 2500 mq inclusi i laboratori), con un ambiente estremo e imprevedibile, molti progetti da realizzare e risorse e tempo limitati, le dinamiche che si vengono a instaurare sono molto particolari e delicate. La gestione delle dinamiche del team è uno dei compiti più difficili e più importanti per il Capo spedizione. Essere il leader di un team di questo tipo significa saper gestire il conflitto e trasformarlo in positivo, saper gestire l’innovazione necessaria di fronte all’imprevisto e saper gestire l’emergenza quando si presenta. La competenza che mi porto a casa è quello che chiamo Antartic Mindset. È uno strumento che ho sviluppato nel tempo e con diversi studi per gestire le spedizioni e che adesso è diventato un approccio che diffondo nelle aziende perché è molto utile per affrontare il cambiamento e l’innovazione che il mondo attuale ci richiede.

Ha avuto dei mentori o comunque delle figure che hanno influito sulla sua carriera professionale?

Molte persone mi hanno aiutata a crescere sia come persona che come professionista, e sono sia persone che ho conosciuto, sia autori e artisti che ho incontrato solo attraverso le loro opere, come per esempio Edgar Morin.

Lavorando in ambiente internazionale, come è visto qui ed altrove il ruolo della donna in posizioni di dirigenza? Si è sentita di dover dimostrare di più rispetto ai suoi colleghi?

Sono stata la prima donna a capo di una missione scientifica in Antartide per l’Italia e, dopo alcuni anni, lo sono stata di nuovo per la missione del Belgio. Nella mia esperienza la questione del genere femminile dipende sempre e solo dalle persone con cui si ha a che fare, più che con una cultura in generale. Ci sono state delle difficoltà a volte, ma è anche normale, visto che ero la prima. Nell’ultima spedizione ho gestito una missione in una base che era stata sabotata e il mio team era costituito per metà da militari. In tutta la missione ero l’unica italiana e anche l’unica donna. Non è stato facile, ma abbiamo concluso una missione di 4 mesi con molto successo. Non ho dovuto dimostrare di più, ma ho dovuto trovare il modo di farmi rispettare e l’ho fatto con il mio stile, senza indossare un modello che non mi appartiene.

Alcuni consigli per le giovani laureate chi si affacciano al mondo del lavoro. Su che competenze ed esperienze consiglia di puntare?

Secondo me le donne dovrebbero smettere di avere paura e anche smettere di avere il dubbio di non essere all’altezza. Poi, dovrebbero impegnarsi con passione, studiare con amore e ascoltare con grande attenzione quello che accade, cercando di capirlo. Infine, dovrebbero soprattutto non eccedere nel voler controllare tutto e cercare di non esser troppo attaccate alle cose che fanno, imparare a lasciar correre le cose non importanti.

Comunque spero che nessuna aderisca ai modelli maschili sulla gestione del potere e sulla competizione, perché di solito quei modelli ci fanno morire dentro a noi donne.

Essere il capo donna si può, basta volerlo e basta sapere che la cultura nel mondo del lavoro non è ancora al 50%, per cui c’è da impegnarsi, come in qualsiasi altra situazione in cui non si è ancora arrivati ad un equilibrio.

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