alessia mosca

membro del parlamento europeo

Alessia Mosca ha studiato filosofia all’Università Cattolica di Milano ed ha continuato gli studi con un dottorato di ricerca in Scienza della Politica presso l’Università di Firenze. In seguito ha conseguito il Master in Diplomacy all’ISPI e il diploma in Relazioni internazionali alla SAIS Johns Hopkins di Bologna.

È stata deputata al Parlamento Italiano e dal 2014 è deputata al Parlamento Europeo come membro della Commissione per il Commercio internazionale e vice presidente della Delegazione per le relazioni con la Penisola arabica.

 

 In questa intervista si parla di:

  • giovani e politica
  • interventi per favorire la parità lavorativa
  • l’importanza dei programmi di mentoring

 

Quando e perché ha iniziato ad interessarsi di politica?

Il mio interesse per la politica parte da giovanissima. Ero ancora studentessa quando ho deciso di impegnarmi attivamente sia a livello nazionale che europeo, fino ad essere eletta nel 2001 vice-presidente di YEPP (i giovani del partito popolare europeo). Parallelamente alla partecipazione attiva, ho voluto portare avanti lo studio e la ricerca sulle politiche pubbliche e sulla scienza politica, attraverso diversi percorsi tra cui il dottorato. Penso ancora oggi, infatti, che chi aspira a rappresentare i cittadini e a prendere decisioni per la collettività abbia il dovere di studiare e approfondire costantemente le proprie conoscenze e competenze. Questo non si sostituisce alla passione, ovviamente, ma la affianca e la rende più efficace.

Sul perché del mio impegno in politica fatico a trovare una risposta precisa, hanno contribuito infatti tanti fattori. Sicuramente un ruolo importante è stato giocato dall’aver incontrato sul mio percorso modelli di persone di cui ho ammirato l’impegno e che mi hanno fatto da mentori, mi hanno insegnato e consigliato. Forse però la scintilla iniziale è stata innescata dall’esempio di partecipazione dei miei genitori e dalla loro apertura nel lasciarmi seguire i miei interessi senza giudicare, ma appoggiandomi sempre.

Essendo quello delle donne uno dei principali temi da lei seguiti, quali strumenti dovrebbero essere adottati a suo parere per attuare una vera parità a livello lavorativo? Soprattutto nelle aziende minori, dove la legge delle quote non può essere applicata.

Sono davvero tanti gli interventi possibili, molti dei quali possono essere pensati e attuati anche dalle singole aziende, se hanno la fortuna di avere un vertice lungimirante e “illuminato”. 

 

È vero, la legge Golfo-Mosca ha un campo di applicazione limitato alle aziende quotate in borsa o partecipate dal pubblico. Nonostante questo, però, si è rivelata uno strumento molto potente i cui effetti sono andati al di là delle aziende interessate dalla normativa e hanno pervaso tutto l’ambiente economico e finanziario, anche grazie al dibattito che ha provocato e all’attenzione a questo conseguente. 

“Stiamo assistendo – in Italia in particolare – ad un tentativo di riportare la donna all’interno di ruoli sociali e stereotipi decisamente retrogradi, anacronistici.” 

Alessia Mosca

Mi piace ricordare come, già all’indomani dell’approvazione della Golfo-Mosca, alcune aziende hanno deciso di fare delle quote una loro buona pratica nonostante formalmente la legge entrasse in vigore solo l’anno dopo. È stato fondamentale il sostegno costante delle tante associazioni di donne e – devo dire – anche dei tanti uomini in posizioni di rilievo che hanno appoggiato la legge, spendendosi per farla approvare: senza questo sforzo collettivo e coordinato, non credo la sua carica dirompente sarebbe stata la stessa e forse non ci troveremmo oggi di nuovo a combattere per il suo rinnovo.

Aver fatto la legge, comunque, non basta. Proprio l’esperienza virtuosa che è stata possibile con la Golfo-Mosca ci ha dimostrato l’importanza del monitoraggio dell’applicazione della normativa, utile anche per tenere sempre attuale il dibattito proprio come forma di cultura della parità: in un’epoca in cui troppe conquiste del passato vivono sotto costante minaccia di essere cancellate con una linea di penna, diventa ancora più importante far sentire la propria voce così che questi temi diventino davvero condivisi.

Al di là della legge n. 120/2011 e, più in generale, al di là dell’attenzione specifica alla composizione dei vertici, si può fare tantissimo per valorizzare il talento femminile, all’interno delle aziende ma anche nella società in un senso più ampio. Gli strumenti esistono e diverse realtà, aziendali ma anche amministrative, li utilizzano con successo: basterebbe imitare, non è necessario inventarsi niente di nuovo. A volte, non è necessario neanche investire grandi cifre: si tratta soprattutto di cambiare le politiche aziendali interne per sradicare una cultura ancora in gran parte maschilista e un’organizzazione del lavoro che non prende in considerazione l’esistenza di una sfera privata dei lavoratori. Si pensi all’eliminazione dai CV di dati suscettibili di pregiudizio, come appunto il genere, o alla creazione di percorsi di mentoring o – meglio – sponsoring per le dipendenti più giovani o le neo-assunte. O, ancora, sul fronte della conciliazione, alla possibilità offerta dallo smartworking, che al datore di lavoro non costa niente e, anzi, a regime permette un risparmio considerevole, ad esempio sugli spazi aziendali.

Il passaggio dalle canoniche 40 alle 30 ore settimanali e l’utilizzo effettivo dello smart working, se applicati in modo uniforme a uomini e donne, potrebbero risolvere parzialmente il problema?

Penso di sì: già una consapevolezza diversa dei tempi del lavoro e delle necessità personali sarebbe una piccola svolta. Pensare e offrire strumenti che vadano in questa direzione cambierebbe molto le cose, a patto che non siano creati per le donne. Non si contano gli studi sull’aumento di produttività e miglioramento del clima aziendale dentro le imprese che hanno deciso di dare maggiore attenzione e prestare maggiore rispetto alla vita privata del lavoratore, prevedendo strumenti di flessibilità e impostando un’organizzazione del lavoro per obiettivi invece che basata sul tempo trascorso alla scrivania. Le nuove generazioni, secondo le ricerche, sono molto più attente e gelose del proprio tempo e penso che questa variabile diventerà un elemento sempre più rilevante nella contrattazione e anche nelle negoziazioni individuali.

Anche la politica, come gli altri settori, è povera di donne in posizioni apicali, ma non solo. Quali sono le ragioni, gli ostacoli che le politiche o le aspiranti tali si trovano a dover affrontare in quanto donne?

Nonostante i tanti passi fatti, ancora in tutto il mondo le donne trovano ostacoli alla partecipazione attiva. È anche vero che qualcosa sta cambiando, se guardiamo, ad esempio, alle ultime elezioni di mid-term negli Stati Uniti, dove tutti i media hanno parlato di riscossa delle donne, dato lo straordinario numero complessivo delle elette, molte delle quali attive già da anni nei loro territori di provenienza. Allo stesso tempo, purtroppo, stiamo assistendo – in Italia in particolare – a un tentativo di riportare la donna all’interno di ruoli sociali e stereotipi decisamente retrogradi, anacronistici, che vengono descritti come “modelli naturali” a cui è necessario tornare. Quanto sta avvenendo è un pericolo reale, che mette a rischio la nostra libertà e i diritti conquistati in decenni di lotte su molteplici fronti. Bisogna opporvisi con l’azione, l’impegno, la partecipazione e il modello. Non si può pensare che basti, ma esserci è fondamentale: per fare massa critica, per contrastare una cultura (a cominciare dal lessico) patriarcale presidiando tutti i luoghi di discussione, per contribuire a portare sempre più donne nelle posizioni di guida della società.

Qual è invece il ruolo chiave che possono avere e perché sono indispensabili per il governo del Paese e negli organi internazionali.

Credo che uno dei compiti di chi ha una posizione pubblica e ancora di più se si tratta di una donna è quello di prendersi la responsabilità di essere un modello cioè di offrire una alternativa a quello che fino a ora è stato un “all-boys club”. Prendere delle posizioni chiare, avanzare proposte concrete è il primo passo. Restituire quanto imparato, conquistato e raggiunto, soprattutto ai più giovani (e prima di tutto alle più giovani) è poi un ulteriore importante segnale che può aiutare a scrivere una storia futura diversa, nella quale le quote possano essere solo un evento del passato, una misura necessaria ma superata.

Ha dei suggerimenti per invogliare le giovani alla politica? Forse un maggior numero di Role Model, di politiche come lei che trasmettano alle giovani l’idea che la politica sia un’alternativa percorribile?

Le generazioni più giovani hanno delle energie di cui abbiamo bisogno che però devono essere, a seconda dei casi attivate o convogliate. Come sta succedendo a livello lavorativo, per esempio, dove esistono molti programmi di mentoring da parte di profili senior su colleghe agli inizi della loro carriera, è utile se non addirittura fondamentale pensare a percorsi anche magari informali che permettano alle più giovani di imparare e conoscere da vicino proprio l’importanza di spendersi per il bene comune. A questo proposito mi piace ricordare il percorso di studi offerto da una realtà come la Scuola di Politiche, da una intuizione di Enrico Letta, che, permettendo ogni anno a 100 di ragazzi e ragazze di vivere da vicino le istituzioni, i luoghi di decisione, le strutture, la storia e le ragioni che li hanno creati, offre un punto di partenza paritario per ragazzi e ragazze. 

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