francesca fedeli

presidente fightthestroke

Francesca Fedeli, dopo gli studi di Economia agraria presso l’Università di Bologna ha ricoperto diverse cariche in ambito Marketing presso importanti multinazionali. In particolare è stata Group Brand Manager in Nestlé, Head of Communication and Public Affairs in American Express e Head of Brand, Social Media and Customer Strategy in ING Direct Italia.

Nel 2014 ha fondato assieme al marito FightTheStroke, impresa sociale che sostiene i giovani sopravvissuti all’ictus con una diagnosi di Paralisi Celebrale Infantile.

 

 In questa intervista si parla di:

  • partire da un problema personale per creare un’impresa
  • design, scienza e tecnologia come risposte a problemi sociali
  • l’importanza di far parte di una rete 
  

Ci racconta brevemente la sua carriera, in particolare i punti salienti che l’hanno caratterizzata?

Mi sono laureata in Economia Agraria all’Università di Bologna. Poi ho intrapreso subito un percorso in azienda che all’inizio era molto coerente con la formazione di laurea ma poi si è andato a mano a mano distanziando. Mi sono occupata principalmente di marketing in diversi luoghi e in diverse aziende. Ho cominciato in Barilla, poi ho lavorato in Nestlé e da qui sono passata ai servizi finanziari. Ho lavorato presso American Express e in ING Direct.

Poi c’è stato un momento della mia vita e della mia carriera dove io e mio marito abbiamo deciso di mettere su famiglia. Non è stato un passaggio facile perché il nostro desiderio di famiglia non coincideva probabilmente con i nostri ritmi biologici. C’erano stati alcuni eventi che ci avevano portato a procrastinare questa data. Finalmente nel 2011 è nato Mario. A dieci giorni dalla nascita ci siamo resi conto che aveva subito un grave danno al cervello, senza particolari motivazioni o senza esserci una causa ad esso riconducibile. 

Questo fatto ha rappresentato lo spartiacque dai diversi prima della mia vita e della mia carriera ai diversi dopo. 

Ho cercato di gestire questa nuova vita che entrava in famiglia conciliando i due ruoli di mamma e di lavoratrice in azienda fino al momento in cui ho dovuto prendere delle decisioni e fare delle scelte. 

“Nella mia stessa posizione c’erano pochissime figure femminili e le restanti erano maschili” 

Francesca Fedeli

A quel punto ho deciso di seguire mio figlio, e di seguirlo in maniera proattiva. Per questo motivo ho creato con mio marito l’impresa sociale FightTheStroke.

Com’è riuscita, assieme al marito, a trasformare un problema in un business sostenibile?

All’inizio è stato un qualcosa di estremamente opportunistico. Volevamo concentrarci su nostro figlio, volevamo trovare una soluzione per lui. Però c’è stato un momento in cui ci siamo resi conto che questo non era un problema soltanto nostro e quindi non potevamo aiutare Mario senza aiutare tutti gli altri bambini che presentavano le stesse difficoltà. Questo passaggio è avvenuto principalmente parlandone e aprendoci con gli altri.

Il fatto di aver individuato una chiave di lettura che ci ha permesso poi di sviluppare un’impresa sociale, ovvero di trovare delle soluzioni che andassero a risolvere un problema sociale, è stato una conseguenza del fatto che noi avevamo questo problema che ci toccava da vicino.

Io credo che non ci sia un paradigma, che non ci sia una storia che possa essere uguale per tutti, però il trovarsi ad affrontare delle sfide nella vita, il dover risolvere problemi personali, ci pone di fronte ad una riflessione su quelle che sono le proprie priorità nella vita. Per noi è stato questo il momento che ci ha portato a voler ribaltare la nostra catena del valore. Non era più per noi così importante crescere nei vari ruoli in azienda quanto piuttosto risolvere un problema che impattava 17 milioni di bambini in tutto il mondo.

Da dove siete partiti, come si è sviluppato il progetto?

All’inizio non avevamo competenze mediche. Io e mio marito avevamo entrambi un background scientifico. Però interfacciandoci spesso con i medici e con il settore della riabilitazione, comune a tutti i bambini con una diagnosi di Paralisi Celebrale, ci siamo resi conto che c’era qualcosa che mancava in questo mercato. Questi bambini avevano avuto un danno cerebrale così grande e così impattante dal sistema nervoso centrale fino all’apparato motorio che però veniva risolto dal sistema sanitario con sole due ore di riabilitazione la settimana.

Noi all’inizio non riuscivamo a capacitarci del perché ci fosse questo grande gap tra un bisogno così grande ed una soluzione così piccola. Allora leggendo, studiando molto ed inserendo una cosa che invece conoscevamo meglio, ovvero il valore della tecnologia, abbiamo deciso di far leva su tre valori fondamentali per sviluppare il nostro progetto. Da una parte il design della soluzione, il disegnare qualcosa che non fosse soltanto profittevole o che venisse incontro ai bisogni di un ospedale ma qualcosa che fosse disegnato intorno alla famiglia.

Poi la scienza, una scoperta scientifica che avesse un’evidenza provata, che nel nostro caso era rappresentata dalla esistenza dei neuroni specchio.

Il terzo valore è stato sicuramente quello della tecnologia. Trovare una tecnologia abilitante che permettesse di trasmettere questa evidenza e di tradurla in un beneficio che fosse disponibile per tante persone, che andasse al di là delle barriere geografiche.

Questi tre elementi ci hanno poi permesso di trovare una parte della soluzione al nostro problema. Non si tratta di qualcosa che guarisce o che non prende in considerazione il danno iniziale, però ha sicuramente rappresentato un passo in avanti rispetto ad anni in cui non si faceva nulla in questo settore. La ricerca scientifica era ferma, non ci si poneva più il problema del perché questi bambini avessero avuto questo problema e come mai non migliorassero più.

Ci sono stati alcuni mentor, delle alcune figure importanti durante il suo percorso?

Mi vengono in mente solo figure maschili. In riferimento a FightTheStroke una figura determinante per noi è stato un neonatologo, una persona che aveva competenze ma che è stato il primo a fare la diagnosi, il professor Luca Ramenghi. È riuscito ad accompagnarci nel percorso guidandoci in maniera discreta, senza influenzare le nostre decisioni.

Un’altra persona fondamentale nello sviluppo di FightTheStroke è stato il neuroscienziato italiano che per primo ha scoperto i neuroni specchio, scoperta che è alla base del meccanismo di riabilitazione che noi abbiamo utilizzato. Una persona fin dall’inizio molto disponibile e aperta, disposta a capire assieme a noi quali potessero essere le nuove prospettive di quella che era stata la sua scoperta: il Brain Prize Giacomo Rizzolatti.

L’ultima figura che citerei è mio marito, Roberto. È stato determinante il suo ruolo, assieme condividiamo la vita personale e quella professionale, essendo cofondatore di FightTheStroke.

Direi che sono queste le figure di mentore in questa seconda parte della vita. 

Come professionista donna, e poi madre, in grandi aziende, ha mai dovuto dimostrare qualcosa di più rispetto ai colleghi? Ha notato differenze di trattamento?

Nel periodo in cui ho iniziato la mia vita professionale in grandi aziende non ho notato grandi discriminazioni nei confronti del mio ruolo al femminile, se non quella che è la realtà dei fatti: nella mia stessa posizione c’erano pochissime figure femminili e le restanti erano maschili. Soprattutto quando ho lavorato nei servizi finanziari il mio ruolo era completamente sproporzionato rispetto al ruolo di un equivalente maschile.

Da quando sono diventata madre invece ho notato delle differenze. Ci sono stati periodi in cui mi sono dovuta assentare dall’azienda per motivi di salute e poi ho avuto una maternità molto lunga, il tutto dopo aver iniziato da poco il nuovo lavoro.

Quello che più mi ha dato fastidio non è stato il ruolo delle persone che gestivano la mia funzione, i miei superiori, quanto forse il giudizio dei miei pari, di chi aveva una funzione simile alla mia. Queste voci di fondo, questo esprimere giudizi senza possedere tutti gli elementi per farlo, senza sapere cosa c’era dietro una decisione sicuramente sofferta di non rientrare velocemente a lavoro.

Ad una neolaureata con la voglia di risolvere un problema, tramite un’impresa sociale, cosa consiglierebbe? Da dove partire?

Sicuramente consiglierei di partire da un problema che viviamo tutti i giorni nella quotidianità, che sia una causa di tipo ambientale o una causa legata alla salute. La forza che deriva dall’avere un bisogno pressante rispetto invece a chi non lo vive e quindi non lo conosce dà innegabilmente una spinta in più nella risoluzione del problema.

L’altro aspetto che valuterei è vedere se effettivamente c’è già qualcuno che ha provato a risolverlo. Noi ad esempio abbiamo cercato un paio d’anni viaggiando in tutto il mondo soluzioni esistenti al nostro problema, che saremmo stati disposti a comprare. Non avevamo la necessità o la smania di sviluppare qualcosa di nostro.

Oggi esistono davvero tanti modelli di impresa sociale che possono essere presi o come ispirazione o sulla cui base si può iniziare a lavorare.

Una raccomandazione che darei è di seguire alcune reti. Una rete alla quale noi apparteniamo e di cui siano stati eletti primi fellow in Italia è la rete di imprenditori sociali di Ashoka.

Il fatto di avvicinarsi, mettersi in contatto con una rete di persone che hanno già trovato soluzioni a grandi problemi è probabilmente il modo migliore per cominciare ad entrare in questo mondo e vedere se effettivamente questo mondo piace. Il mondo dell’impresa sociale dà sicuramente molte soddisfazioni ma è un mondo diverso rispetto a quello dell’impresa profit.

Alcuni consigli, errori da non fare?

Non mi sento di sconsigliare nulla perché per noi ogni prova, ogni tentativo, ogni fallimento sono stati di valore. Forse un consiglio è quello di essere curiosi, di continuare ad approfondire, studiare, questo è per me il giusto approccio di carriera, soprattutto in un mondo in cui non è solo la scuola ad insegnare abilità, nozioni e competenze. È importante per me cercarle anche fuori. 

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