maria caramelli

direttore Sanitario
istituto zooprofilattico del piemonte

Laureata in Medicina Veterinaria a Torino, con un dottorato in Patologia Veterinaria Comparata all’Università di Milano Maria Caramelli ha ricoperto molteplici cariche di responsabilità presso l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Piemonte, Liguria e Val D’Aosta, fino a divenirne Direttore Sanitario nel 2009.

Dal 2007 è Membro del Comitato Scientifico dell’Istituto Superiore di Sanità.  

 In questa intervista si parla di:

  • carriera manageriale in ambito sanitario
  • premiare il merito per diminuire le disparità
  • l’importanza di fare esperienze all’estero

 

Come mai ha scelto di studiare veterinaria? Ci racconta brevemente la sua carriera?

Ho scelto veterinaria perché amavo i cani e volevo curarli. Poi non l’ho mai fatto perché ho scoperto la patologia e il divertimento di leggere un tessuto e le sue lesioni su un vetrino istologico.

Frequentando il dipartimento di Anatomia Patologica in Università mi appassionai soprattutto al cervello, e quello influì su tutto il percorso degli anni successivi. Tesi sui tumori cerebrali del cane, Dottorato di Ricerca in Patologia comparata, College Europeo e poi in Inghilterra, prima a Londra e successivamente a Weybridge, dove si studiava una nuova spaventosa malattia che rendeva pazzi i bovini, uccidendone migliaia al giorno, e che, si sospettava, potesse trasmettersi all’uomo attraverso la carne.

Era la BSE, o mucca pazza. Arrivai nel pieno dell’epidemia.

Intanto avevo vinto un concorso all’Istituto Zooprofilattico di Torino, ente vigilato dal Ministero della Salute che si occupa del controllo delle malattie degli animali. Mandarono me ad imparare come diagnosticare questa malattia perché c’erano poche altre competenze in Italia in merito, ma forse anche perché non pensavano che una malattia delle campagne inglesi potesse mai arrivare in Italia, altrimenti penso non avrebbero dato l’incarico ad una ragazza, per di più incinta.

Da mucca pazza ho ampliato le attività del gruppo che man mano cresceva, occupandoci di diverse malattie degli animali con pericolosità per l’uomo, quali le encefaliti da zecche e da zanzare.

Da sette anni sono la Direttrice Generale dell’Istituto Zooprofilattico 

“Le donne per ora hanno sempre bisogno di dimostrare qualcosa di più” 

Maria Caramelli

di Torino e seguo, oltre alla salute e al benessere animale, anche la sicurezza alimentare e le tante allerte che si susseguono, come le mozzarelle blu o le uova al Fipronil e tante altre.

Quali sono stati i maggiori ostacoli che ha incontrato durante il percorso professionale? Quali le maggiori soddisfazioni?

I maggiori ostacoli sono stati nella fase “scientifica” della mia carriera l’atmosfera di lieve ma significativa riprovazione che sentivo intorno per aver scelto di lavorare invece di stare a casa a guardare i bambini.

Oggi questa pressione negativa non c’è più, sto parlando di un’altra epoca. Non c’era crisi e il lavoro di una donna che avrebbe potuto restare a casa era spesso visto come uno snobismo.

Gli ostacoli nella seconda fase, nella vita manageriale, sono stati l’eccessiva penetrazione della politica nelle scelte e nelle dinamiche, e la difficoltà a valorizzare il merito.

Le maggiori soddisfazioni sono l’aver costruito un team eccellente e multidisciplinare, con ricercatori ma soprattutto ricercatrici che sono leader nel loro campo.

Grazie a loro il nostro Centro nazionale sulle malattie da prioni animali, come la BSE, è diventato europeo.

Sempre il mio gruppo ha costituito un centro nazionale per il controllo degli spiaggiamenti dei cetacei che ora è diventato un riferimento internazionale di punta.

 

Ha avuto dei mentori o comunque delle figure che hanno influito sulla sua storia professionale?

Mentori diversi, uniti dall’avermi trasmesso il valore più prezioso, la passione. Dal professor Guarda di Patologia veterinaria a Torino, al Professor Wells di Weybridge, “scopritore” della mucca pazza, al Professor Pocchiari dell’Istituto Superiore di Sanità, riferimento per le malattie da prioni umane.

Tutti uomini perché allora non c’erano donne nei luoghi di vertice.

 

Durante la sua carriera è sempre stata considerata alla pari dei colleghi o si è sentita in dovere di dimostrare qualcosa di più?

Le donne per ora hanno sempre bisogno di dimostrare “qualcosa di più”. È una reazione naturale spesso inconsapevole ad una continua diminutio del proprio lavoro da parte della maggioranza maschile. 

Se parla in una riunione una donna fa più fatica a farsi ascoltare.

Se fa qualcosa di bene è perché c’era un qualunque maschio di supporto a suggerire la soluzione giusta.

Se invece sbaglia, la donna è nervosa, ha problemi a casa e così via.

Ho sperimentato che in un consiglio d’ amministrazione regolarmente gli uomini si trovavano prima, “senza donne”… 

 

Quali sono secondo lei i fattori che limitano la presenza femminile nelle posizioni di rilievo? Ci sono degli atteggiamenti che le stesse donne possono cambiare per migliorare questa disparità o mancano semplicemente le opportunità?

Sono convinta che la difficoltà nel nostro Paese di premiare il merito sia il più importante fattore di penalizzazione delle carriere femminili.  

Altrettanto pesa il fenomeno dell’incapacità, tipica del sistema italiano e soprattutto di quello della pubblica amministrazione, di ridimensionare chi ha demeritato (molto più spesso gli uomini).

In questo quadro le donne partono svantaggiate. Sia perché negli ambienti di lavoro sussiste una diffusa misoginia, e non bisogna essere timide ad ammetterlo, sia perché la donna stessa pone i suoi ostacoli interiori. Le donne hanno un modo di lavorare, per quanto vedo nella sanità che è il mio campo, caratterizzato da concretezza e da alti livelli qualitativi ma radicalmente restio a valorizzarsi. La frase che sento frequentemente confrontandomi con colleghe su dinamiche di percorsi di lavoro è “non sono ambiziosa”, come se esserlo fosse un difetto vergognoso.

Non abbiamo la capacità di mostrare le medaglie come sanno fare gli uomini. Inoltre siamo restie a chiedere. Ci aspettiamo sempre che qualcuno ci dica brava, o ancor peggio, che qualcuno – magari il nostro capo – “ci ascolti”.

Un altro atteggiamento che a mio avviso rappresenta un ostacolo è il desiderio di perfezione in tutti i campi: vogliamo raggiungere posizioni importanti, ma vogliamo garantire le uguali prestazioni delle nostre nonne in casa e in famiglia. 

Vogliamo i vertici in ufficio ma anche fare la torta migliore della scuola a cui va il bambino. Non si può dare ascolto a tutte le aspettative. Meglio pensare prima a cosa si vuole e focalizzarsi.

Che consigli darebbe alle giovani laureate che si stanno affacciando al mondo del lavoro per emergere e dimostrare le proprie capacità?

Le nuove generazioni di donne hanno una distanza siderale da noi.

I miei consigli sembrerebbero da dinosauro.

Se proprio devo, è imprescindibile l’esperienza all’estero: quando si torna (volendo tornare) si ha una marcia in più.

 

 

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