elisabetta dejana

ricercatrice e professore ordinario di Patologia generale

Dopo la laurea in Scienze Biologiche presso l’Università di Bologna, Elisabetta Dejana ha lavorato come ricercatrice all’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano.

Al ritorno da un periodo di lavoro in Canada, alla McMaster University di Hamilton in Ontario, ha organizzato il Laboratorio di Biologia Vascolare all’istituto Mario Negri di Milano che ha diretto per quasi tredici anni.

Ha in seguito diretto il Laboratoire d’Hematologie del Centro di Energia Nucleare di Grenoble, in Francia ed ha contribuito alla nascita di IFOM, Istituto FIRC di Oncologia Molecolare.

Attualmente è direttrice, presso l’IFOM, dell’Unità di ricerca che si occupa dello sviluppo del sistema vascolare del cancro, è professore ordinario di Patologia Generale presso l’Università degli Studi di Milano e professore ordinario presso il dipartimento di Immunologia Genetica e Patologia all’Università di Uppsala, in Svezia.

 

 

Ci racconta brevemente il suo percorso lavorativo, i successi ed i momenti più critici della sua carriera?

Ho fatto l’università a Bologna e subito dopo sono venuta a Milano, dove mio marito lavorava, e sono entrata all’Istituto Mario Negri. L’Istituto era la prima fondazione privata senza finalità lucrativa in Italia.  Era aperto, popolato da persone giovani, l’atmosfera era molto informale e la principale priorità erano i risultati della ricerca. Sono riuscita ad ottenere una borsa di studio ed ho cominciato a lavorare su una serie di problematiche legate alle malattie cardiovascolari.

Normalmente la carriera di ricercatore prevede un certo periodo all’estero. Io, non avendo figli e d’accordo con mio marito, cominciai a guardarmi attorno e scelsi un’università ad Hamilton vicino a Toronto. Era una facoltà di medicina assolutamente rivoluzionaria, la selezione degli studenti era strettissima ed il corso di medicina, che doveva essere fatto lavorando tantissimo, era di soli 3 anni.

Notai per caso che il rettore di questa università, Prof Frazer Mustard, veniva a Firenze per parlare ad un congresso. Così, dopo la sua relazione andai a parlargli e gli chiesi se era possibile lavorare presso la sua facoltà e nel suo gruppo di ricerca. Gli dissi che, se lui era d’accordo, avrei fatto domanda per una borsa di studio internazionale. Dopo circa un mese, mi scrisse dicendo che aveva una borsa disponibile e che potevo andare quando volevo da loro.

Ho passato quasi due anni in Canada e credo che sia stato il periodo della mia vita in cui ho lavorato di più. Ero molto giovane ed il patto con mio marito era che non potevo stare fuori dall’Italia troppo tempo.

Lavoravo dalle 9 del mattino alle 9 della sera, anche il sabato e la domenica. Spesso si trattava di esperimenti molto lunghi che dovevo gestire da sola.

Addirittura ricordo che, siccome tutti i laboratori stavano in un grattacielo altissimo, io cercavo di dormire in ascensore, per non

 

perdere nemmeno quel poco tempo e riposarmi un po’. Il mio capo canadese divenne un amico, mi aveva preso in simpatia, forse perché lavoravo tanto, e si stabilì un bel rapporto anche con la sua famiglia. Insomma non mi fecero mai sentire la solitudine.

Dopo questo periodo ritornai al Mario Negri ed invitammo il mio capo canadese a fare un seminario.

 

” Tutte, secondo me, dovrebbero entrare nell’idea di essere uguali e spesso più competenti degli uomini e non lasciare che la famiglia e l’organizzazione della propria vita privata tolgano tutto al lavoro Tutte, secondo me, Elisabetta Dejana

Fu proprio lui a parlare con il direttore del Mario Negri, prof Silvio Garattini, dicendogli che mi doveva assumere. E così fu.

Ho quindi cominciato a lavorare per cercare di mettere in piedi il mio gruppo. Allora avevo 27 anni ed ero abbastanza giovane per non scoraggiarmi ma i primi tempi furono molto difficili perché in Italia i soldi erano pochissimi. Il mio gruppo inizialmente entrò nel grande Dipartimento diretto da Giovanni De Gaetano,

Diciamo che questo periodo fu molto faticoso ma, alla fine, riuscimmo a fare una cosa che, a quei tempi, era considerata innovativa, ovvero isolare le cellule endoteliali dei vasi sanguigni per poterle studiare anche a livello molecolare.

Fino ad allora chi aveva lavorato sulla aterosclerosi aveva guardato molto al sangue come origine della malattia ma in realtà lo stato di salute dei vasi è fondamentale.

Misi in piedi la cultura di queste cellule che ricoprono la parete interna dei vasi sanguigni isolandole dai vasi dei cordoni ombelicali. Per questo, ho assistito a tantissimi parti per poter prendere i cordoni il prima possibile. Alla fine pubblicammo un lavoro basato su 20 km di cordoni ombelicali!

Un po’ di anni dopo ricevetti l’offerta di dirigere un grande laboratorio in Francia, a Grenoble al Centro di Ricerca Nucleare. In questo grosso campus, oltre alla ricerca nucleare, si faceva e si fa anche moltissima ricerca biologica. L’offerta era molto attraente ed i mezzi che avevano erano veramente considerevoli, avevo circa 40 anni e nel frattempo mi ero separata da mio marito.

Così, sono andata in Francia dove ho diretto un gruppo di circa 30 persone. In Francia chi fa ricerca è ben strutturato e oltre al lavoro di ricerca il Direttore della Unità deve saper districarsi bene anche con l’amministrazione, i sindacati, i progetti di ricerca e così via. Insomma non è stato facile ma l’ho fatto molto volentieri. Ci sono rimasta due anni e mezzo.

Ho ricevuto poi un’altra offerta dall’Italia, che è stata quella di partecipare alla fondazione dell’Istituto dove mi trovo adesso, l’IFOM (Istituto FIRC di Oncologia Molecolare). Questo è un istituto di ricerca finanziato dall’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro a cui si è associato un altro Istituto di Ricerca, IEO, Istituto Europeo di Oncologia che dipende dall’Ospedale omonimo.

Avevamo la possibilità di plasmare questo campus, di dare delle regole, come le avevamo sempre desiderate, sui dottorati di ricerca, su come distribuire le risorse, gli spazi e gli strumenti, tutto quello che è così difficile poter fare quando l’istituzione è stata creata tanti anni prima.

Dopo diversi anni di lavoro in IFOM un gruppo di ricercatori svedesi con cui collaboravo da tempo mi ha fatto un’altra offerta. Il governo svedese aveva deciso di investire una quantità considerevole di fondi per richiamare dei ricercatori senior in Svezia. La posizione poteva essere tenuta anche part time. Dopo molta riflessione accettai anche questa avventura e adesso mi divido tra IFOM e la Svezia, dove ho un gruppo che lavora su cose complementari a quelle su cui lavoro a Milano. Questo passaggio rispecchia in larga parte la filosofia di IFOM dove si incoraggiano fortemente le collaborazioni internazionali.

Quali sono secondo lei i fattori che limitano la presenza femminile nelle posizioni di rilievo?

Normalmente, dopo la laurea, o alla fine del dottorato, sono più numerose le donne che fanno ricerca biomedica che gli uomini. Le donne sono per lo più molto brave quando scelgono questo lavoro.

Tuttavia, la partecipazione femminile si riduce drammaticamente negli organi dirigenziali.

È veramente difficile trovare una giustificazione per questa scarsa partecipazione, che non siano le cause che sono state discusse tante volte. Per esempio la famiglia può richiedere molto tempo extra lavoro ed il più delle volte, è la donna  che se ne fa maggior carico riducendo così il tempo necessario al progredire della propria carriera.

Un altro problema emerge quando si deve andare a lavorare all’estero anche se per tempi brevi.  Questo è un passaggio fondamentale per la carriera scientifica ma molto difficile per le donne a meno che non abbiano un marito che fa lo stesso tipo di lavoro o che sia disponibile a seguirle e ad aiutarle. Guardando le statistiche si vede che le donne sono, in generale, più brave degli uomini fino alla fine del dottorato.

Però, quando le responsabilità familiari crescono, tutto è più difficile.

Raramente il lavoro femminile, anche se di alto livello, viene considerato alla pari di quello maschile.  Per esempio, sempre considerando gli stage all’estero, è molto più difficile che sia l’uomo a seguire la donna che la donna a seguire il compagno. Così le donne, spesso, per seguire il compagno si adattano a fare un lavoro meno appagante e magari di bassa qualità.

Inoltre, in posizioni dirigenziali, esiste il cosiddetto fenomeno dello stereotyping, e cioè nei posti dirigenziali viene più spontaneo, quando si deve scegliere un nuovo membro, nominare un uomo mentre è più difficile pensare ad una donna.

Le donne inoltre, nel tentativo di conciliare lavoro e famiglia arrivano ad uno stato di stanchezza elevato e risulta necessario avere un compagno che le possa capire. Altrimenti tutte le volte che arrivano tardi a casa, magari per finire qualcosa di molto urgente, si viene a creare un senso di colpa doppio, uno nei riguardi del marito e dei figli ed uno nei riguardi del proprio lavoro. Se la donna arriva tardi a casa viene considerata una madre e una moglie colpevole, se l’uomo arriva tardi invece lo fa per la famiglia.

Io credo che tutto questo sia profondamente ingiusto, e credo che si debba imparare a dare lo stesso valore al lavoro femminile rispetto a quello maschile.

Situazioni come quelle descritte sopra sono molto frequenti. Negli anni del mio lavoro ho avuto delle bravissime collaboratrici entusiaste del loro lavoro di ricerca ma che poi si sono trovate in difficoltà nel momento in cui facevano un figlio, rinunciando alla carriera per non danneggiare la famiglia.

Al contrario le donne devono essere molto più presenti, sono preparate, sono competenti e sono in grado di arricchire la visione dei problemi proponendo spesso diverse prospettive.

Io penso che sia veramente autolesionista non aumentare la partecipazione delle donne, non avere una situazione più mescolata di genere e di esperienze. 

Che consigli darebbe alle giovani laureate?

Un consiglio importante è quello di non scoraggiarsi mai, di avere molto presente il proprio valore, la voglia di andare avanti, di essere riconosciute per quello che si è fatto. Ci possono essere delle insicurezze all’inizio, una non sa molto bene quello che potrebbe fare bene e quello che magari fa con meno capacità, ma bisogna essere molto determinate ad andare avanti. La carriera è ovviamente faticosa e difficile ma il mestiere di ricerca è bellissimo.

Tutte, secondo me, dovrebbero entrare nell’idea di essere uguali e spesso più competenti degli uomini e non lasciare che la famiglia e l’organizzazione della propria vita privata tolgano tutto al lavoro.

 

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