antonella viola

professore ordinario di patologia generale

Laureata in Scienze Biologiche all’Università degli Studi di Padova e con un dottorato di ricerca in Biologia Evoluzionistica presso lo stesso istituto, Antonella Viola inizia la sua attività di ricerca all’Istituto di Immunologia di Basilea. Ritorna poi in Italia per dirigere prima il laboratorio di immunologia al Venetian Institute of Molecular Medicine e poi il laboratorio di Immunità Adattativa dell’Humanitas di Milano.

Attualmente è professoressa ordinaria di patologia generale presso l’Università degli Studi di Padova e direttrice scientifica dell’Istituto di Ricerca Pediatrica della Fondazione Città della Speranza.

 

 

 In questa intervista si parla di:

  • saper rischiare per inseguire il proprio sogno lavorativo
  • le conseguenze dell’educazione nei confronti delle bambine
  • sfruttare l’insicurezza a nostro favore

     

  

Ci racconta brevemente la sua carriera, i momenti più difficili ed i risultati di cui è più orgogliosa?

Mi sono laureata in Scienze Biologiche a Padova e subito dopo ho vinto una borsa di dottorato di ricerca in Biologia Evoluzionistica. Mi sono appassionata allo studio del sistema immunitario e quindi, dopo il dottorato, ho contattato uno dei migliori immunologi del mondo – Antonio Lanzavecchia – chiedendogli di poter lavorare con lui a Basilea. Dopo una serie di colloqui, mi è stata offerta una posizione di 6 mesi come visiting scientist al Basel Institute of Immunology, che si è trasformata in una posizione da junior group leader, con un mio budget e personale per la ricerca. Affrontare il trasferimento a Basilea non è stato semplice per mille motivi: prima di tutto non mi sentivo all’altezza dell’istituto dove stavo per andare a lavorare (si pranzava accanto a candidati al Nobel) e da questo momento in poi l’ansia da prestazione è stata una compagna di viaggio che non mi ha più abbandonato; poi a Padova mi era stato offerto un posto a tempo indeterminato in università e lasciarlo per un contratto di 6 mesi ha richiesto un certo coraggio; infine a Padova lasciavo la mia vita personale, il mio compagno. 

La scelta di rischiare tutto per inseguire il mio sogno è stata però vincente su tutti i fronti: ho fatto delle importanti scoperte scientifiche, pubblicato ottimi articoli, imparato cosa vuol dire fare ricerca, acquisito competenze che certamente mi mancavano, e sono diventata una giovane brillante scienziata. Intanto il mio compagno mi aveva raggiunto a Basilea e dopo il matrimonio abbiamo deciso di rientrare in Italia. 

“Questo alle donne va detto: non è necessario essere candidate al Nobel per dare il proprio contributo nel mondo del lavoro”  

Antonella Viola

Così, dopo circa 5 anni, tanti successi professionali e con un figlio in arrivo, ho lasciato Basilea dapprima per l’EMBL di Monterotondo e subito dopo per Padova, dove ho ottenuto una posizione di ricercatrice universitaria subito prima della nascita del mio secondo figlio. A Padova ho costruito il mio gruppo di ricerca che ha lavorato benissimo, permettendomi di ottenere finanziamenti, premi e riconoscimenti internazionali e di continuare a pubblicare ottima ricerca. Ho lasciato Padova nel 2007 per seguire mio marito e mi sono trasferita a Milano, dove ho continuato a lavorare e produrre molto bene.

Ci sono però stati molti momenti difficili, dovuti alla enorme difficoltà di coniugare la carriera con la vita privata. Viaggiavo moltissimo e vedevo poco la mia famiglia e non ero felice. Ho deciso quindi di fermarmi per un po’ e dedicarmi quasi completamente ai figli. Ho trascorso 2 anni in sabbatico, senza viaggiare, rifiutando tutti gli inviti a conferenze e congressi e da quel momento ho deciso che per me iniziava una nuova fase. Nel 2013 ho vinto un finanziamento molto prestigioso dell’European Research Council – che mi ha permesso di rientrare a Padova dapprima come professoressa ordinaria di patologia generale all’Università e poi come direttrice scientifica dell’Istituto di Ricerca Pediatrica della Fondazione Città della Speranza.

Ha avuto dei mentori o comunque delle figure che hanno influito sulla sua storia professionale?

Certamente la persona a cui devo di più è Antonio Lanzavecchia, dal quale ho imparato l’immunologia e il metodo. Ma tutte le persone che hanno creduto in me e che mi hanno dato la possibilità di realizzarmi professionalmente sono state importanti.

È sempre stata considerata alla pari dei colleghi o si è sentita in dovere di dimostrare qualcosa di più?

Mi sono sempre sentita non all’altezza ma non potrei dire che siano stati gli altri a farmi sentire così. No, non ho subito discriminazioni in questo senso.

Quali sono secondo lei i fattori che limitano la presenza femminile nelle posizioni di rilievo? Ci sono degli atteggiamenti che le stesse donne possono cambiare per migliorare questa disparità o mancano semplicemente le opportunità?

C’è sicuramente un aspetto legato all’educazione. Alle bambine non si “insegna” il coraggio ma la prudenza; non si chiede loro di eccellere in una singola cosa, ma di essere perfette in tutto (e quindi in niente); e in molti casi si fa passare il concetto che il lavoro per una donna sia solo relativamente importante rispetto ad altro.

L’insicurezza che ci viene trasmessa fin dall’infanzia ce la portiamo dietro e ci condiziona nelle scelte lavorative. Il “confidence gap” evidenziato recentemente dalla psicologa americana Lisa Damour con la brillante definizione di “Sindrome di Hermione” è il fattore maggiormente limitante per le donne. E molto spesso la propaganda a favore delle donne nella scienza non aiuta: per dimostrarci che anche noi possiamo farcela ci mostrano di solito Marie Curie e Rita Levi-Montalcini, facendo di nuovo passare il messaggio che devi essere un premio Nobel per emergere (e ovviamente la stragrande maggioranza delle donne che fanno ricerca non si sentono in grado di competere con questi “mostri sacri”). Ma la stragrande maggioranza degli uomini che fanno ricerca non sono certo pari a Marie Curie e Rita Levi-Montalcini! Eppure fanno serenamente il loro lavoro, con più o meno successo. Ecco questo alle donne va detto: non è necessario essere candidate al Nobel per dare il proprio contributo nel mondo del lavoro. Meglio quindi portare esempi più comuni, raccontare i percorsi e le scelte di donne che si impegnano nel proprio lavoro e che si sentono realizzate anche senza un Nobel.

Che consigli darebbe alle giovani laureate per emergere e dimostrare le proprie capacità?

Di seguire le proprie passioni, cercando di acquisire competenze e lavorando duramente. Di avere coraggio e farsi avanti, proporsi per incarichi importanti, non tirarsi indietro per la paura di non essere all’altezza. Nessuno sa utilizzare il tempo come noi donne e quindi il consiglio è di sfruttare l’insicurezza per studiare e lavorare di più, per arrivare all’incarico più preparate e competenti di quanto potesse fare qualunque altro collega.

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