ann zeuner

ricercatrice e comunicatrice

Ann Zeuner si laurea in Scienze Biologiche all’Università la Sapienza di Roma, dove consegue anche il dottorato in Scienze Immunologiche. Ha poi continuato la sua formazione con un Master in Comunicazione della Scienza alla Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste.

Inizia la sua attività di ricerca presso il laboratorio di Immunologia dell’Università Tor Vergata di Roma e presso il laboratorio di Immunologia del CNR di Roma. 

Ottiene poi un incarico di ricerca presso l’Istituto Superiore di Sanità, dove attualmente è Prima Ricercatrice e team leader presso il Dipartimento di Oncologia e Medicina Molecolare.

 

 

 In questa intervista si parla di:

  • l’importanza per le donne di eliminare i condizionamenti negativi
  • soffitto di cristallo in ambito biomedico
  • consigli per le giovani ricercatrici
  

Quando nasce il suo interesse verso le scienze biologiche?

Quando ero bambina vivevo in campagna e passavo ore ad osservare la natura. Mi piacevano particolarmente le piccole cose come i semi, le lumache e gli insetti. Con questi ultimi facevo anche degli esperimenti: per esempio cercavo di valutare i gusti alimentari delle formiche o di capire se i ragni preferissero prede vive o morte. Una volta ho anche messo in congelatore dei pacchettini di mosche morte da usare nei miei esperimenti, mi ricordo gli urli della domestica quando li ha scoperti! Quindi penso che l’amore per le piccole cose sia nato presto per poi concentrarsi sulle cellule, la mia passione attuale.

Ci racconta brevemente la sua carriera, i momenti più difficili ed i risultati di cui è più orgogliosa?

La mia carriera è stata apparentemente lineare. Dopo alcuni anni di pellegrinaggio per laboratori italiani ed esteri sono entrata in Istituto Superiore di Sanità, dove sono Primo Ricercatore da 13 anni e mi occupo di cellule staminali del cancro. Tuttavia, guardando da vicino, il mio percorso somiglia più a un terreno accidentato che a una strada asfaltata. Ostacoli e frustrazioni sono all’ordine del giorno: penso a tutte le volte che un lavoro mi viene rigettato dalle riviste, alle richieste di finanziamento che non vengono accolte, alla difficoltà di competere con laboratori esteri dotati di risorse molto maggiori, alle mille pastoie burocratiche che rendono qualsiasi cosa incredibilmente complicata. 

Per fortuna ci sono anche cose che mi ripagano abbondantemente: la grande sinergia con le colleghe del mio team, l’entusiasmo di scoprire cose nuove e di condividere le scoperte con gli altri. A questo proposito, uno dei momenti più significativi della mia carriera è stato quando ho visto appeso in biblioteca un manifestino che pubblicizzava il Master in Comunicazione della Scienza alla SISSA di Trieste. Ho capito che era quello che avevo sempre desiderato e sono corsa a prepararmi per l’esame di ammissione. 

“Dobbiamo cominciare col fare piazza pulita dei condizionamenti negativi che si trovano dentro di noi per affrontare la vita professionale con autostima, sicurezza e una giusta ambizione al successo” 

Ann Zeuner

Il corso di master dura due anni e l’ho completato a fatica perché lavoravo in laboratorio e avevo un bambino piccolo, perdipiù da mamma single. Però sono riuscita a finirlo e mi ha dato le competenze per comunicare in modo efficace ciò di cui mi occupo. Vado spesso a parlare di cancro nelle scuole e insieme all’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC) cerchiamo di trasmettere l’importanza della ricerca e della prevenzione, soprattutto ai più giovani.

Ha avuto dei mentori o comunque delle figure che hanno influito sulla sua storia professionale?

Ho lavorato con diverse personalità del mondo scientifico, tutti uomini perché nel campo biomedico il soffitto di cristallo è pesantissimo. Ma per me la cosa più importante è stata il sostegno saggio e affettuoso della mia amica del cuore, Patrizia. È stata proprio la sua amicizia a sostenermi, incoraggiarmi, ispirarmi e aiutarmi a fare le scelte migliori.

È sempre stata considerata alla pari dei colleghi o si è sentita in dovere di dimostrare qualcosa di più?

Quando ero più giovane mi sono spesso sentita meno considerata rispetto ai miei pari-grado maschi. Mi ricordo un’importante riunione in cui il capo-progetto ha presentato i partecipanti uomini chiamandoli col loro cognome e la loro qualifica di dottore, professore o direttore. Poi quando è arrivato a me ha detto solo il mio nome di battesimo ed è passato oltre, nonostante avessi un incarico altrettanto importante rispetto ai colleghi. Episodi del genere, specie se ripetuti, possono danneggiare l’autostima di una giovane agli inizi della carriera.

Quali sono secondo lei i fattori che limitano la presenza femminile nelle posizioni di rilievo? Ci sono degli atteggiamenti che le stesse donne possono cambiare per migliorare questa disparità o mancano semplicemente le opportunità?

I fattori che rendono difficile per le donne emergere nel campo biomedico sono molti, a cominciare dal fatto che le posizioni di potere sono rivestite quasi totalmente da uomini.

Neanche nei tempi più recenti si osserva un cambiamento di tendenza: basti pensare che nel Consiglio Superiore di Sanità eletto a febbraio 2019 le donne sono solo 3 su 30 membri (prima erano 14). L’Istituto Superiore di Sanità a partire dalla sua fondazione è stato presieduto per 84 anni da uomini e per un solo anno da una donna, il che non è incoraggiante. Penso che nel campo biomedico ci sia un problema oggettivo di discriminazione nei confronti delle donne (che non sono certo poche o meno brave). Tra gli uomini ho notato una solidarietà molto forte, nel senso che si eleggono e si fanno favori tra di loro e questo è già un grosso ostacolo per una donna che vuole emergere. Perdipiù mi sembra che la maggior parte delle donne abbia interiorizzato una serie di condizionamenti negativi che le portano a credere di valere poco, a sminuire i propri risultati, a ridimensionare i propri obbiettivi, a dubitare sempre di sé stesse, a scusarsi per qualsiasi cosa. È come se contribuissimo noi stesse a costruire il soffitto di cristallo che ci impedisce di andare in alto. Dobbiamo cominciare col fare piazza pulita dei condizionamenti negativi che si trovano dentro di noi per affrontare la vita professionale con autostima, sicurezza e una giusta ambizione al successo.

Che consigli darebbe alle giovani laureate con il desiderio di diventare ricercatrici?

Non aspettatevi di ricevere riconoscimenti o complimenti dai vostri colleghi o superiori. Anzi, più sarete brillanti e più dovrete aspettarvi invidie e ingiustizie di ogni genere. Quindi calate la visiera dell’elmetto e preparatevi ad andare avanti trovando ogni giorno in voi stesse (e in poche persone fidate) la forza, la determinazione e la gratificazione per quello che fate.

 

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