graziella bertocchi

Professoressa ordinaria di Economia Politica

Dopo una laurea in Economia e Commercio presso l’Università di Modena ed un dottorato in Economia presso la University of Pennsylvania di Philadelphia, Graziella Bertocchi è stata assistant professor alla Brown University di Providence e visiting professor presso numerosi atenei.

Attualmente è Professoressa ordinaria di Economia Politica e direttrice del centro di ricerca RECent presso il Dipartimento di Economia Marco Biagi dell’Università di Modena e Reggio Emilia.

 

 

 

 

 In questa intervista si parla di:

  • limitata presenza di donne in economia
  • perché poche donne raggiungono posizioni di rilievo in economia
  • possibili criticità del congedo parentale
  

Quando è nato il suo interesse verso le materie economiche? Ci racconta brevemente la sua carriera?

Il mio interesse per l’economia è nato molto presto, quando a sedici anni mi interessavo di politica mentre facevo il liceo classico. Erano gli anni 70. Seguendo una serie di lezioni tenute da docenti della Facoltà di Economia di Modena, sono stata veramente folgorata dal rigore e al tempo stesso dalla profondità della materia. Dopo la maturità mi sono quindi iscritta alla Facoltà, che allora era davvero un punto di riferimento nazionale e attirava studenti molto bravi e interessati a una carriera nella ricerca. Molti di noi hanno infatti proseguito gli studi con un dottorato all’estero. Io sono andata a Filadelfia, e da lì passando per il ‘job market’ americano sono stata assunta a Brown. Dopo un periodo a Providence, ho peregrinato per alcuni anni tra Lovanio, Milano, New York e Londra. Sono poi rientrata in Italia con un posto da professoressa associata a Modena, dove sono diventata ordinaria e dove sono ormai stanziale da molti anni.

Ha avuto dei mentori o comunque delle figure che hanno influito sulla sua carriera professionale?

Sia il clima di Modena che quello di Filadelfia erano molto stimolanti. Il mio relatore di tesi e quello di dottorato hanno sicuramente influito sulle mie scelte in termini di temi di ricerca.

I primi anni della mia carriera sono però stati negli Stati Uniti, dove i rapporti di lavoro sono molto meno gerarchici e i ricercatori tendono ad essere più indipendenti, caratteristiche che devo dire mi sono congeniali. Sono stati molto importanti per me anche i coautori, colleghi con cui si condividono anni di lavoro e di interessi comuni, e con cui si crea spesso un rapporto strettissimo. Lo stesso succede con i propri studenti di dottorato. 

“Non bisogna assolutamente rinunciare ai propri obiettivi e ai propri sogni, anche se è utile avere la consapevolezza che come donne si incontreranno degli ostacoli in più.” 

Graziella Bertocchi

Quali sono secondo lei i fattori che limitano la presenza femminile ai vertici, in ambito economico ma non solo?

Forse non tutti sanno che in ambito economico la presenza femminile è più rara che nei campi STEM. Non è certo un problema solo italiano o europeo, perché lo stesso accade negli USA. Negli USA, dove ho trascorso i primi anni della mia carriera, un fattore determinante in ambito accademico è sicuramente costituito dai carichi di lavoro pesantissimi che i giovani devono affrontare per restare a galla. I primi anni della carriera, intorno ai trent’anni, sono quelli che per una donna spesso corrispondono alla maternità, cosa difficilissima da conciliare con i ritmi di lavoro. Un altro fattore è rappresentato dalla contiguità tra l’ambiente accademico e quello dell’economia e della finanza, anche questo molto ‘macho’ e competitivo. Inoltre, in economia, l’affermazione personale dipende anche dalla capacità di esprimersi pubblicamente nel campo delle politiche economiche, attività che è spesso facilitata per gli uomini in quanto più visibili e interconnessi e, forse di conseguenza, più propositivi e sicuri di sé. Infine, le differenze che si manifestano ai vertici derivano anche da un deficit all’ingresso, legato alla forte componente matematica della materia, che tende a scoraggiare le ragazze a causa di stereotipi radicati.

Quali sono le conseguenze di questa disparità a livello economico?

La conseguenza diretta è che in ambito accademico, per economia, le donne al vertice sono molto poche. In Italia paradossalmente il divario è attenuato dal fatto che l’ambiente accademico è stato tradizionalmente meno competitivo e meritocratico, ma questo sta cambiando. Più in generale, nel mercato del lavoro nel suo insieme, l’esclusione delle donne dai posti di vertice comporta ovviamente una disparità di reddito. Va sottolineato che il danno che ne consegue non colpisce solo le donne, ma l’intera società.

Alcune soluzioni attuabili dalla politica?

In Italia sono state introdotte le quote rose per i CdA delle società quotate. È in corso un dibattito sull’opportunità di una loro conferma. Per quanto criticate da molti, il mio punto di vista, per quanto riguarda le quote rosa, è che a mali estremi va risposto con estremi rimedi.

Altre politiche che sono state sperimentate hanno dato risultati ambigui. Uno studio ha dimostrato che un congedo parentale concesso dalle università americane ai ricercatori, al fine di sostenere le donne, le ha in realtà danneggiate. Sembra infatti che i maschi abbiano utilizzato il congedo per lavorare ancora di più, liberi da impegni didattici, con un conseguente ampliamento del divario con le colleghe femmine che invece hanno utilizzato il congedo per accudire i figli.

Non è facile, quindi, disegnare delle politiche appropriate. Anche perché il problema è determinato da fattori culturali profondi che solo molto lentamente possono essere modificati.

Altri consigli per le giovani laureate?

Non bisogna assolutamente rinunciare ai propri obiettivi e ai propri sogni, anche se è utile avere la consapevolezza che come donne si incontreranno degli ostacoli in più.

 

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