flavia barca

Presidente di acume e componente del consiglio superiore del cinema

Dopo un Master in Communication Policy Studies alla City University di Londra ed una laurea in Lettere presso l’Università Roma “Tre”, Flavia Barca intraprende un percorso di ricerca e progettazione nell’ambito dei media e delle politiche culturali.

È stata per dieci anni direttrice dell’Istituto di Economia dei Media della Fondazione Rosselli e docente di vari corsi universitari e master tra cui Economia e gestione delle imprese di comunicazione presso l’Università degli studi di Teramo.

Attualmente è Presidente di Acume e Componente del Consiglio Superiore del Cinema e dell’Audiovisivo presso il Ministero dei Beni Culturali.

 

 

 

 In questa intervista si parla di:

  • carichi familiari e carriera
  • l’importanza del fare network
  • alcuni consigli per le giovani
  

Ci racconta brevemente la sua carriera, le difficoltà incontrate ed i risultati di cui è più orgogliosa?

Il mio percorso personale e professionale è stato segnato da un forte bisogno di indipendenza ed autonomia: sono uscita di casa molto giovane e per mantenermi ho interrotto l’università (che ho poi ripreso molti anni più tardi).

Mi è sempre piaciuto lavorare, ho iniziato adolescente d’estate per integrare le “paghette” che mi davano i miei e di, fatto, nel corso della mia vita non mi sono mai fermata, con un percorso professionale sicuramente eclettico ma nel mio quadro dei valori molto coerente. Lavorare è sempre stata una fonte di soddisfazione, in questo mi sento molto fortunata, sia quando ho iniziato come commessa in un negozio di giocattoli, sia occupandomi di libri con la Laterza, o di programmi televisivi con la Videa produzioni, o di ricerche sul campo per la VQPT della Rai e di seguito in tutte le mansioni che ho ricoperto negli anni, dalle più prestigiose a quelle più umili.

Credo che la cosa più importante nella vita sia esplorare, e migliorare sé stessi e l’ambiente intorno a se, e nel farlo ognuno deve trovare il proprio modo, chi rimanendo tutta la vita nello stesso luogo di lavoro chi invece, come ho fatto io, cercando ogni volta nuove sfide professionali. 

L’unica cosa che conta è crescere mantenendosi coerenti, sembra una contraddizione ma non lo è: significa mettersi sempre in discussione ma a partire da idee e valori, disposti a modificarli e negoziarli ma mai a nasconderli e negarli. Non a caso la mia figura mitologica ideale di riferimento è Ulisse. 

 

“Per superare i problemi e per far valere i propri diritti bisogna costruire alleanze!”

Flavia Barca

Sicuramente l’impegno professionale più importante è stato la direzione dell’Istituto di Economia dei Media della Fondazione Rosselli ma forse la cosa di cui vado più orgogliosa sono le mie lezioni universitarie: credo che insegnare sia la cosa più sfidante e bella che c’è, condividere e scambiare con gli altri le proprie idee e vederle crescere assieme e, al contempo, vedere i propri studenti e studentesse prendere il volo anche grazie al tempo e all’amore che gli è stato dedicato.

La difficoltà più grande che ho incontrato è stata quella di non volermi schierare. Ho sempre avuto un problema con le appartenenze, le grandi famiglie, le lobby, ecc…, e questo “non allinearmi” ha reso un po’ meno facile la mia carriera, ma lo rivendico e non tornerei indietro.

È sempre stata considerata alla pari dei colleghi o si è sentita in dovere di dimostrare qualcosa di più, in quanto donna?

Intanto c’è da dire che per una donna è mediamente più complicato conciliare la vita professionale con quella privata, specie se si sceglie di avere dei figli. Un esempio?

C’è stato un periodo della mia vita in cui avevo un direttore molto esigente. Finivo di lavorare alle sette, ritornavo a casa, davo da mangiare ai bambini, li mettevo a letto e poi ritornavo in ufficio spesso fino all’una di notte per terminare il lavoro. Magari nella notte i piccoli si svegliavano ed andavano seguiti. E poi la mattina dopo li portavo a scuola e si ricominciava. In quell’anno ho fatto la madre ed anche un salto professionale molto importante, ma è stata tostissima. Io non avevo un compagno ma questa è una situazione che tocca moltissime donne che si ritrovano, comunque, un carico familiare molto più pesante di quello del proprio partner, e spesso per questo rinunciano alla carriera, anche in modo inconsapevole, lasciandosela scivolare piano piano dietro le spalle, anche nella convinzione che la maternità sia in grado di riparare la perdita di tutto il resto.

Ma la famiglia non è l’unico nodo. Ci sono convenzioni e stereotipi che rendono più complicata la vita professionale di una donna. Per esempio l’autoritarismo o la freddezza, spesso tollerati in un manager maschio, lo sono molto meno se a coprire il ruolo è una donna. Nei ruoli manageriali le donne sono ancora alla ricerca di una propria definizione, in linea con il mandato che hanno ma anche con la propria natura e le proprie modalità di relazione.

Quali sono secondo lei i fattori che limitano la presenza femminile ai vertici? Che cambiamenti devono essere posti in atto per attuare una vera parità?

C’è ancora molta resistenza, in molti paesi del mondo tra i quali, purtroppo, è anche l’Italia, a lasciare i ruoli di vertice – delle aziende, della pubblica amministrazione – alle donne. E’assurdo che nel 2019 sia ancora possibile assistere a convegni, eventi pubblici ecc. a totale predominanza maschile. Ma basta vedere il vertice dei principali partiti politici.

La strada della parità è insomma ancora davvero lontana, eppure negli ultimi anni è successo molto: la legge sulle quote nei consigli di amministrazione ha dato una spinta importante al riequilibrio tra i generi, promuovendo una nuova generazione di donne ai vertici e, in generale, le donne stanno oggi prendendo una nuova consapevolezza dei loro diritti.

Anche gli organismi comunitari stanno dando una spinta importante in questo senso, sia in generale che nei settori specifici. Ad esempio proprio su sollecitazione di un importante studio europeo la DG Cinema del Mibac sta testando un sistema di punteggi per promuovere un riequilibrio di genere nel settore audiovisivo.

Cosa invece possono fare le donne per migliorare questa disparità?

Io credo che il tema fondamentale sia quello del networking.

Le donne fanno enormemente fatica a fare rete nel senso che se devono allearsi preferiscono farlo con un uomo piuttosto che con un’altra donna. Sono poco solidali tra loro.

Per fortuna negli ultimi anni, anche a seguito del movimento metoo stanno nascendo moltissime iniziative, organizzazioni ed associazioni di donne che provano a portare dei messaggi diversi e soprattutto a fare lobby al femminile, per incontrarsi e parlare.

Credo che sia importante la presenza di un momento in cui le donne si ritrovano insieme per creare consapevolezza e soprattutto imparare a fidarsi l’una dell’altra.

Per superare i problemi e per far valere i propri diritti bisogna costruire alleanze!

Alcuni consigli per le giovani laureate?

Di essere molto curiose perché la curiosità è una cosa fondamentale nella vita. E poi coraggiose per sé stesse. Bisogna imparare a riconoscere i propri sogni ed i propri bisogni e lottare per questi.

Spesso per le donne può essere difficile, soprattutto in alcuni ambiti in cui le disuguaglianze sociali sono più forti, non solo inseguire i propri sogni ma anche comprenderli, dar voce ai propri bisogni.

Essere coraggiose quindi ma anche solidali, in primis con le altre donne, magari donne meno fortunate, che fanno fatica a credere in sé stesse e per le quali una mano sulla spalla, un incoraggiamento di una amica o di una mentore, può segnare la differenza per il proprio futuro. 

 

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